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Diverso da cosa?

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diverso
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Ogni tanto mi capita di incontrare un senzatetto per la strada, è uno di quelli da classico film americano: simpaticissimo, con un gran sorriso sempre stampato in faccia e il suo sigaro.
Mi fermo spesso a chiacchierare con lui e un giorno gli ho detto: “Ti voglio bene”.  Alla sua domanda “perchè?”, ho risposto semplicemente: “Perchè sei diverso”.
Lui si è fermato, mi ha guardato negli occhi e mi ha chiesto: “Diverso da cosa?”
Ecco, con queste tre semplici parole mi ha fatto riflettere come pochi altri hanno fatto. Questa domanda è simbolo di una grande intelligenza. Una domanda di questo tipo rompe un paradigma.

Le diversità ci spingono a guardare oltre le nostre catene

Effettivamente mi guardo intorno, e, guardando le foglie sugli alberi, mi rendo conto che non ne esiste una esattamente uguale ad un’altra. Allo stesso modo, anche noi siamo tutti uno diverso dall’altro, ognuno con le sue sfumature ma vogliamo sempre assomigliarci l’un l’altro. Stando tutti uniti e vicini possiamo raccontarci meglio la verità e costruirci la nostra prigione, la nostra catena e quindi non spostare lo sguardo oltre.

Dopo questa riflessione lo guardo di nuovo e penso al motivo per cui la gente sta lontana da lui: perché non vuole vedere, perché lui è come quella stella mai vista nel cielo stellato che mette in discussione tutto questo grande sapere dell’arroganza umana. Crediamo di sapere cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, ce la raccontiamo; poi all’improvviso arriva lui, tutto storto e mette in discussione tutto questo. In un certo senso lui sgretola le nostre verità.
La gente scappa dalla intrinseca consapevolezza che fondamentalmente siamo tutti come lui, che anche lui fa parte del nostro mondo.
E finché non ci sono persone come lui, non potremo mai amare la nostra grande paura: il sapere chi non siamo.

 

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Paura del cambiamento: come superarla

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superare la Paura del cambiamento
superare la Paura del cambiamento

Allontanarsi da ciò che conosciamo fa paura

Il cambiamento viene spesso considerato come qualcosa di spaventoso, che fa paura.  Questo avviene per ragioni diverse, prima fra tutte il timore nell’allontanarsi da ciò che conosciamo e l’avvicinarsi invece di qualcosa che ci appare sconosciuto, che riteniamo in un certo senso imprevedibile.

Il cambiamento ci mette davanti all’incertezza, all’ignoto perciò è semplice intuire la naturalezza nel provare una sensazione spesso simile allo smarrimento davanti a situazioni ed eventi che si pongono sul nostro cammino rappresentando dei grandi punti di domanda.
In qualche modo però, e per fortuna anche, i cambiamenti sono inevitabili e fanno parte della vita di ognuno di noi. Basti pensare a com’eravamo dieci anni fa, o anche cinque anni fai, addirittura a pochi mesi fa. La nostra vita, così come noi stessi, e le nostre relazioni, muta continuamente.

Il modo in cui affrontiamo i cambiamenti fa la differenza

Ecco allora che l’aspetto da considerare non è più semplicemente il cambiamento, ma il modo in cui i singoli individui riescono ad affrontarlo. Per poter affrontare i cambiamenti che la vita pone sulla nostra strada, è fondamentale sviluppare la capacità di adattarsi, autoripararsi modificarsi e allo stesso conservare le nostre qualità più intrinseche dopo un cambiamento esterno. Seguendo questo concetto, questo si traduce nella capacità di far fronte agli eventi e in particolare ai traumi in maniera positiva, nell’essere in grado di riorganizzare la propria esistenza in seguito ai cosiddetti “incidenti di percorso”.
In poche parole si tratta saper far fronte alle sfide della vita reagendo in modo funzionale e non essendo mai vittima degli eventi.

Non sappiamo se il cambiamento che è dietro l’angolo sarà positivo o negativo, nella maggior parte delle situazioni ci è impossibile prevederlo in anticipo. Ecco allora che l’unica cosa che possiamo fare è accogliere il cambiamento come parte integrante dell’esistenza e decidere come reagire ed affrontarlo.

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Accettarsi per non sentirsi inadeguati

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sentirsi inadeguati
senso di inadeguatezza

Il costante senso di inadeguatezza compromette la qualità della nostra vita

A qualcuno più spesso, ad altri meno, ma a tutti almeno qualche volta nella vita è capitato di sentirsi inadeguati, di non sentirsi all’altezza della situazione che si ha davanti. Questa sensazione di inadeguatezza ci porta a compromettere la qualità della nostra vita, ad essere ipercritici con noi stessi e ad avere problemi nel rapportarci con gli altri, perché la paura del giudizio altrui, così come quella di sbagliare, ci porta a chiuderci in noi stessi.

Come superare la sensazione di inadeguatezza

Questo tipo di sensazione può avere molte cause diverse ma si manifesta sempre con gli stessi sintomi: paura del giudizio degli altri, ipersensibilità alle critiche e bassa autostima. Spesso questo sfocia in una tendenza al perfezionismo, proprio per il timore di non riuscire a compiacere gli altri.
Il primo passo per affrontare questo senso di inadeguatezza è capire cosa provoca questa sensazione, esplorando le proprie emozioni. Successivamente è molto importante essere in grado di relativizzare le critiche, ridimensionarle e dare loro l’importanza che meritano.
I due passi successivi sono strettamente correlati tra loro e con quelli precedenti. Una volta compreso che l’opinione esterna non è così importante come sembra diventerà automatico diventare più autentici. Questo vuol dire non plasmare se stessi seguendo quello che può o non può piacere agli altri e di conseguenza diventa più semplice per la nostra mente costruire una buona opinione di noi stessi.

Ecco allora che una volta portato a termine questo percorso interiore, la sensazione di sentirsi inadeguati scompare. Guardare in modo oggettivo i giudizi e le critiche permette di capire quanto sia vero e quanto non lo sia. E così l’opinione degli altri diventa semplicemente uno stimolo, una spinta a migliorare se stessi con serenità.

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Come uno sguardo sul mondo può liberare dallo stato depressivo

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depressione
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La depressione non è l’effetto di un processo biochimico, ne è la causa

Spesso le persone che soffrono di stati depressivi si chiedono quale sia il loro problema e una domanda che si pongono frequentemente è se la depressione sia o meno un processo biochimico. La risposta è molto semplice: il processo biochimico è l’effetto della depressione, non la sua causa.

La nostra mente va sempre a cercare ciò che già conosce

La maggior parte di coloro che soffrono di questi disturbi sono persone abitudinarie, il cui cervello cerca sempre e comunque l’abitudine e non mostra curiosità.
C’è un esperimento che faccio spesso. Mostro a una persona in questo stato una sedia e domando. “Cos’è?”. L’ovvia risposta è sempre una sedia. A questo punto io posso capovolgere la sedia, metterla sottosopra, ma questa persona vedrà sempre e comunque una sedia.
Questo è un modo “comodo” di pensare la vita. Il problema di chi soffre di stati depressivi è proprio quello di andare sempre a cercare ciò che già conoscono della realtà. Così facendo, però, essa rimane imbrigliata nelle loro stesse strutture interiori. Il risultato di questi processi è un invecchiamento interiore, che porta come conseguenza finale a morire su se stessi.

La realtà si piega solo se è la nostra mente a volerlo

La realtà però può essere vista da un punto di vista diverso. E così se a quella sedia vengono rimosse le gambe e viene fatto un buco circolare nella parte di vimini, essa non sarà più una sedia ma potrebbe diventare un passaggio per un gatto.
Questo significa che chiamare la sedia sedia e la panchina panchina è solo il frutto dell’abitudine a sedervisi e a muoversi in questo modo tutti i giorni. Essa smetterà di essere una sedia o una panchina solo nel momento in cui verrà piegata nella nostra mente, non nel mondo esterno. Una sedia può essere distrutta esternamente, ma se una persona la ha dentro di sé, andrà comunque a cercarla. Allo stesso modo la sedia potrebbe non essere distrutta fuori, ma se una persona internamente la mette in discussione, la modifica dentro di sé e la piega.

E così non c’è nessun bombardamento che può distruggere il mondo, perché esso viene ricostruito in base a come lo conosciamo. La distruzione del mondo avviene da dentro di noi, quando decidiamo di cambiarlo.

E’ uno sguardo sul mondo che ci può liberare da questo stato depressivo.

Come la confusione interiore può aiutare a crescere

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confusione interiore
confusione interiore

La confusione interiore e le difficoltà della vita possono aiutare a diventare persone migliori

Un’evoluzione avviene sempre attraverso delle difficoltà, dei momenti difficili che portano a galla l’essenziale che è in noi. In una vita dove vengono vietate le difficoltà, vietata la sofferenza, non c’è un individuo che cerca, che si allunga. Che si allunga a cercare una luce, che si allunga a cercare quella cosa che interiormente viene chiamato Universo. Che vuole evolversi.

C’è una condizione di comodo e senza rendercene conto iniziamo a sentirci depressi interiormente, allora cerchiamo di vincere quella depressione comprandoci una macchina nuova, comprandoci un orologio nuovo, ma quello non basta perché la confusione nasce ancora di più. Ed è una confusione disfunzionale, è una confusione interiore che ci porta a spegnerci, non è una confusione sana, è una confusione dove non ci sono domande.

Le domande si pongono sempre quando accade qualcosa a qualcuno.

E così ci sono delle persone che nel perdere le gambe hanno evoluto la loro vita ponendosi delle domande. E’ proprio l’atto di perdere le gambe che ha fatto porre delle domande a qualcuno. In quell’evolversi la natura va avanti, la vita va avanti, si allunga. Quando vieti a un individuo, a un giovane di fare tutto questo, non è vero che stai facendo il suo bene. Noi facciamo il nostro bene come genitori perché ci sentiamo bene a vedere nostro figlio contento. Ma in quella contentezza c’è la maledizione di nostro figlio. Perché i muscoli non si allungano, perché i tendini non si allungano, perché le domande interiori non si allungano. Quindi alla domanda: perché ho perso mio padre, così giovane? Perché ho perso mia madre? Perché ho avuto violenze?

La risposta è perché la vita non conosce altro strumento se non questo per farti riflettere facendoti fare delle crisi interiori e per scoprire il colore del tuo fiore.

Se no la gemma non si apre.

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Alla ricerca del senso della vita

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il senso della vita
il senso della vita

Quante volte ci siamo chiesti qual è il senso della vita?

Immagina un sentiero. Cammina lungo questo sentiero e ti renderai conto che si muove sempre ed è costeggiato da una siepe, ma non una siepe perfetta, come quelle che abbiamo di solito in testa, è una siepe tutta disordinata.

All’improvviso ti rendi conto che tutto ti sfugge, ti rendi conto che non puoi raddrizzare il sentiero. Ma proprio perché non lo puoi raddrizzare, che è tutto caotico, pieno di inafferrabilità, ma anche pieno di dolori, ingiustizie, che tu diventi sempre più felice.

Ogni istante diventa mobile, flessibile, perché sotto ogni istante ci sono infiniti passi fatti di sbavature, di errori. E questo avviene perché il sentiero è infinito, e per essere infinito non può essere preso, deve essere imperfetto, sbagliato.

E così ogni volta che cadi, che ti rialzi, che sbagli, muori, in realtà stai allungando ancora di più questo sentiero. Non si ferma mai.

Se tu potessi prenderlo, se tu potessi regolamentare la vita, creare una vita giusta o farla andare come tu volessi che andasse morirebbero tutte le variabili, saresti a morire dentro. Quindi il segreto sta proprio nell’imparare a sapere che non c’è una risposta, né dentro di noi né fuori. E gli errori servono a piallare, gli errori, le fatiche, le ingiustizie sono giusti, sono perfetti, sono quelli che danno i doni più belli.

Pensa che i regali più belli che ho avuto dalla vita sono arrivati perché ho sofferto, ma non me ne rendevo conto. E allora quando arrivi alla fine del sentiero ti siedi su una panchina, guardi quel tramonto e ti rendi conto che non è più colore, il colore ha dei suoni, il colore ha delle emozioni. E quello che vedi sei te stesso, suoni.

E tutti ti diranno sempre: “sei in ritardo, dovevi andare dritta, hai perso tempo, sei sempre distratto, ma in questo essere distratto, in questo essere confuso.. c’era la tua vita. Tu scappavi da questa confusione interiore, cercando una strada dritta perché avevi paura di vivere. E se farai la strada dritta arriverai in fondo, ma senza arrivare da nessuna parte. Il tuo tramonto non avrà odori, non avrà profumi, non avrà suoni, non avrà ricordi. Dobbiamo mettercela da parte, non c’è un perché, non c’è una risposta, c’è solo il vivere, in tutto il suo disordine.

Ecco allora il suono delle foglie, allora il tramonto suona.

L’invenzione più bella è morire, nascere e morire, morire e nascere, sbagliare, cadere, rialzarsi, più lo fai, più la stai piallando e lei è vita. Non c’è un perché, non può essere storta, non può essere dritta, non puoi avere una risposta, non puoi avere un obiettivo dove arrivare. Non c’è un business plan, se ci fosse qui muore tutto.

Il sentiero è gommoso, si muove, cambia. E’ questo il senso della vita. Spendiamo tante energie alla ricerca del senso supremo, ma proviamo ad accogliere ciò che accade.

 

Vincere la paura di vivere

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vincere la paura di vivere
vincere la paura di vivere

Come vincere la paura di vivere?

Le persone cercano sempre cosa possa risolvere i problemi della loro vita. E questo è tipico di una mente logica, di un modo di pensare la vita, di ragionarla. Ma certe domande sono poste male, è come chiedere a una persona se ha paura di morire, è una domanda sciocca, è una domanda posta male. La psicoterapia dovrebbe invece insegnare a porre le domande corrette: hai paura di vivere? Perché se tu dai risposta a questa domanda, non penserai più alla morte. Se tu concentualizzi la vita dicendo: “voglio vivere, non voglio proteggermi dalla vita” capirai che tutto quello che possiedi, le piscine, i soldi, sono solo qualcosa che esponiamo per proteggerci dalla vita. Ma quali sono le esperienze da cui vogliamo proteggerci? La perdita delle persone che amiamo, un tradimento, una madre che non riconosciamo più per colpa dell’Alzhaimer.

Da queste perdite possiamo imparare molto, grazie alla sofferenza diventiamo parte del mondo.

Ma proprio quando perdiamo qualcosa è il momento in cui incontriamo qualcosa di ancora più profumato. E questo è l’unico modo di trovarci dopo venti o trent’anni seduti su una panchina a sorridere quando dei bambini fanno confusione. Non potrai mai spiegare a loro cosa è giusto o sbagliato perché non lo capirebbero mai. Può capire soltanto uno che ha vissuto come te, il motivo per cui sei in pace.

Perché la vita si può solo vivere, non si può spiegare. E quando l’hai vissuta perché hai accettato di viverla e anche di morire, allora sei in pace. Sarai felice perché hai vissuto, perché hai imparato ad essere felice nelle sofferenze, sono quelle che hanno dato un senso alla tua esistenza. Hai cambiato la storia, il senso dell’esistenza, le domande dell’esistenza. Quando cambiano le domande, cambia il modo di concepire l’esistenza stessa, tutto ciò che è la tua vita.

In qualche modo è la direzione dei nostri passi che dobbiamo cambiare, non è cosa mi rende felice, ma che domande mi pongo e come le faccio le cose, non che cosa devo fare.